L’Associazione Internazionale Joe Petrosino esprime solidarietà al giornalista Sandro Ruotolo

L’Associazione Internazionale Joe Petrosino esprime solidarietà al giornalista Sandro Ruotolo, minacciato di morte dal capo del clan dei Casalesi, Michele Zagaria, che, intercettato in carcere, ha dichiarato: ” ‘O vogl’ squartat’ viv‘ “.

All’origine delle minacce, un reportage di Servizio pubblico sulla Terra dei Fuochi, recentemente andato in onda su La7, che conteneva un’intervista di Ruotolo a Carmine Schiavone.

L’Associazione, guidata dal presidente Vincenzo Lamanna, si prefigge di promuovere la conoscenza di Joe Petrosino, della sua vita e dei suoi ideali, del suo impegno per sconfiggere la criminalità organizzata che lo portò, nel 1909, ad essere il primo poliziotto vittima della mafia, con lo scopo di diffondere la cultura della legalità.

I membri del direttivo comunicano, inoltre, che per lavori di ristrutturazione e consolidamento la Casa – Museo di Joe Petrosino, nel centro storico di Padula, è chiusa dal 6 maggio.

Per le spiegazioni è possibile contattare il pronipote di Joe Petrosino, Nino Melito Petrosino, al numero telefonico 329 – 1854799, a disposizione gratuitamente per i visitatori.

- Filomena Chiappardo – 

articolo tratto da Ondanews

Che fine hanno i quindici imputati del caso Petrosino?

 

Tratto da: Arrigo Petacco, Joe Petrosino. Mondadori, Milano 2001

Ma quale fu la sorte dei quindici personaggi che il questore Ceola aveva denunciato per concorso in omicidio, a conclusione della sua indagine sull’assassinio di Petrosino? Possiamo rispondere a questa domanda grazie anche a una documentata inchiesta del giornalista Nicola Volpes, pubblicata dal «Giornale di Sicilia» nel sessantesimo anniversario della morte del detective. Lasciamo per ultima la storia della «decadenza e caduta» di don Vito

Antonino Passananti, l’unico dei quindici che nel 1909 sfuggì all’arresto. Nell’aprile del 1911, pochi mesi prima che si concludesse il processo istruttorie, la polizia fece delle retate nella zona di Sciacca, dove si presumeva che egli fosse nascosto con il fratello Giuseppe e con Nicolò Lo Manto, fratello della sua fidanzata Rosalia. Passananti non fu trovato, ma si fece vivo poco tempo dopo a San Cipiriello, dove uccise per vendetta certo Calogero Vaccaro e ferì gravemente i fratelli di quest’ultimo, Natale e Salvatore. Per questo delitto egli fu condannato in contumacia a trent’anni, il 19 giugno 1912. Alcuni mesi dopo si ebbe un colpo di scena. In seguito a non si sa quali accordi, Antonino Passananti fece sapere che era disposto a costituirsi. E così fece, pretendendo che il delegato di Partinico, Augusto Battioni, andasse a rilevarlo in carrozza. Evidentemente, il Passananti sapeva cosa faceva quando decise di consegnarsi alla polizia. Quattro anni dopo, nell’agosto del 1916, malgrado la condanna all’ergastolo, era infatti rimesso in libertà. Le sue tracce si perdono poi per molti anni. Nel 1926 risulta denunciato in stato di irreperibilità per associazione a delinquere, falso e corruzione di pubblico ufficiale. Nel 1933 si rifà vivo per chiedere la restituzione di una Fiat 514 «torpedo», targata PA 6428, che gli era stata sequestrata. Nel 1934 gli viene ritirata la patente di guida perché pregiudicato per omicidio, falsificazione di passaporti, favoreggiamento di latitanti ecc. Segue ancora un lungo periodo di silenzio poi, nel 1961, all’età di ottantatré anni, Passananti riemerge dall’oblio per chiedere e ottenere il rilascio della patente di guida. Questa tanto desiderata patente gli sarà revocata, per motivi di salute, nel 1968. Ma qualche mese dopo, il 6 marzo 1969, una breve notizia di cronaca annuncia che «il pensionato Antonino Passananti si è ucciso nella sua casa di Partinico con un colpo di pistola alla tempia». E un cronista commenta: «È penoso pensare che si è tolto la vita quando stava per essere riammesso nella società». Passananti aveva infatti avviato le pratiche per la riabilitazione, e in un rapporto del commissario di Partinico si legge: «Non frequenta più elementi della malavita. Non è più da ritenersi individuo socialmente pericoloso». Aveva novant’anni.

Gaspare Tedeschi, amico di don Vito, ebbe momenti di alterna fortuna. Schedato come anarchico e poi come capomafia di Villafrati, Mezzojuso e Baucina, riuscì anche a farsi eleggere sindaco di Villafrati. Graziato da Mussolini nel 1926, gli inviò il seguente telegramma: «Oggi stesso scarcerato nella gioia di vedermi liberamente abbracciato dai miei figli, a Voi Duce rivolgo il mio primo pensiero. Pronti a immolarci per Voi e per le Vostre idee con fedeltà e devozione indelebile». In complesso. Tedeschi totalizzò dodici mandati di cattura per rapine, tre omicidi, incendi dolosi, estorsione, fabbricazione di monete false ecc. Nel 1950, poco prima della sua morte, fu condannato per furto di energia elettrica e di gas. Il viale del tramonto.

Giovanni Ruisi, rientrato dagli Stati Uniti nel 1908 perché espulso da Petrosino, espatriò ancora dopo il delitto. Risulta arrestato a Marsiglia, ad Algeri e a Tunisi. Nel 1920 è nuovamente a New York, membro influente della malavita locale. Rientrato definitivamente in Italia, aprì nel 1935 un negozio di macelleria a Palermo. Il suo metodo di lavoro era molto redditizio: portava via, senza che nessuno si opponesse, la carne che gli occorreva per il suo spaccio senza pagarla. L’ammontare veniva equamente ripartito fra gli altri compratori che pagavano una maggiorazione di venti centesimi al chilo.

Giovanni Battista Finazzo, classe 1879, era stato denunciato nel 1908 da Giuseppe Petrosino per l’omicidio di Epifanio Arcara, un emigrante trovato ucciso con trentadue pugnalate e mutilato degli organi genitali. Quando il detective giunse a Palermo, il processo era ancora aperto. Sarà assolto in contumacia dai giudici di New York nel 1910 per insufficienza di prove. Schedato dai carabinieri come «delinquente senza scrupoli al servizio della mafia», Finazzo, fra un reato e l’altro, riuscì a entrare nelle grazie del cardinale Alessandro Lualdi che lo chiamò a far parte della congregazione per l’erigendo santuario di Santa Rosalia sul monte Pellegrino.

Paolo Palazzotto non ha lasciato molte tracce di sé negli archivi della polizia. Abbrutito dall’alcol, passava di rissa in rissa. Morì nel 1958. Anche Pasquale Enea, deceduto nel 1951, non ha lasciato un fascicolo voluminoso. Risulta pregiudicato per gioco del lotto clandestino, lesioni, bancarotta, truffa, falso e violenza.

Giovanni Dazzò era anche lui un reduce di Little Italy. Pregiudicato per tentato omicidio, aveva un conto in sospeso con Petrosino che era più volte intervenuto, tra l’altro, per difendere dai suoi selvaggi maltrattamenti la moglie Fanny Favarino, ed era poi riuscito a farlo espellere dagli Stati Uniti.

Salvatore Seminara, Camillo e Francesco Perico, Giuseppe Fatta e Giuseppe Bonfardeci, non offrono motivi di particolare interesse. Tutti pregiudicati con un reato in comune, quello della fabbricazione di dollari falsi, erano vecchi compagni di Giuseppe Morello. Un solo particolare curioso: in un rapporto di polizia, Bonfardeci viene indicato come l’amico «preferito» di Paolo Palazzotto.

Carlo Costantino era nato a Partinico il 20 gennaio 1874. Sposato con Rosalia Casarubbia, dalla quale ebbe tre figli, convisse poi con una certa Carmela, dalla quale ebbe altri figli. I carabinieri scrissero di lui: «Innata tendenza a delinquere, all’ozio, alla vita dissoluta, al vagabondaggio». Risulta pregiudicato per associazione a delinquere, tentato omicidio, rapine, falsi, truffa ecc. Arrestato il 19 marzo per il delitto Petrosino, fu scarcerato il 13 novembre dello stesso 1909. In seguito si trasferì a Ravenna e poi a Bardonecchia, dove fu arrestato per una serie di truffe. Rinchiuso all’Ucciardone di Palermo, confidò al medico del carcere, dottar Di Liberto, di avere contratto la sifìlide all’età ditrent’anni e di aver conservato, in conseguenza delle cure, un ronzio alle orecchie e disturbi alla memoria. Nel 1932 fu deportato a Lampedusa e vi rimase quattro anni, organizzando nella colonia penale una mescita clandestina di alcolici. Tornato a Palermo, aprì un deposito di foraggi in via del Fervore. Morì poco tempo dopo in manicomio, roso dalla sifilide.

Prosciolto dall’accusa di avere ucciso Petrosino, Vito Cascio Ferro riprese indisturbato l’attività. La sua carriera fu splendida e diventò il più grande capo che la mafia abbia mai avuto. Ancora oggi, in Sicilia, il suo nome è famoso. Per circa quindici anni, egli «governò» la parte occidentale dell’isola senza incontrare il minimo ostacolo. Egli portò l’organizzazione ai massimi fastigi. Giunse a costituire una flottiglia di pescherecci per poter tranquillamente avviare sui mercati africani il bestiame rubato.

Don Vito governò soprattutto servendosi del suo naturale ascendente: ricorreva alla violenza, con spietata freddezza, solo quando era necessario. Invecchiando assunse modi quasi regali e, d’altra parte, era effettivamente una specie di re. I ricchi lo temevano, le masse dei contadini lo idolatravano; sapeva, infatti, con doni, beneficenza, riparazione di piccoli torti, conquistarsi stima e fiducia. Per questa ragione don Vito giunse ad avere, oltre all’obbedienza assoluta dei suoi mafiosi, l’incondizionato appoggio delle autorità. Sotto di lui i contadini stavano buoni, nessuno si azzardava a scioperare, e se qualche temerario sindacalista cercava di «sobillare i lavoratori», la lunga mano di don Vito lo raggiungeva prima dei carabinieri.

In quegli anni di grande fortuna, Vito Cascio Ferro non pensò, per la verità, ad arricchirsi, tutto preso com’era dall’eccitante esercizio del potere. Ebbe un figlio da un’amante (lui, nei verbali, la definisce amasia) che aveva assunto per accudire la moglie paralitica. Volle molto bene a questo ragazzo e lo fece studiare tenendolo lontano dal suo ambiente, con la tipica ambizione dei capi mafiosi di fare dei propri figli delle persone per bene.

Il suo regno cominciò a vacillare intorno al 1923. È di quell’anno la seguente segnalazione del sottoprefetto di Corleone al ministro dell’Interno: «È uno dei peggiori pregiudicati. Capacissimo di commettere ogni delitto. La gente onesta ne ha un sacro terrore. Reso forte dal fatto che sta a capo di una potente associazione delittuosa pronta a difenderlo in tutti i modi, si è dato al crimine con tutta dedizione. Io lo denunzio per il provvedimento dell’ammonizione. Purtroppo, a causa della triste piaga dell’omertà, nessuna persona, sia pure la più onesta e coraggiosa, verrà a deporre contro di lui. Una potente organizzazione criminale agisce dietro di lui ed è pronta a difenderlo, per cui niuno oserà mettersi nel rischio di buscarsi una fucilata per il gusto di testimoniare coscienziosamente…».

La segnalazione del sottoprefetto di Corleone non ebbe seguito. Nel 1924, infatti, il questore di Palermo non solo respinse la richiesta di ammonizione, ma, rifiutando anche soltanto di revocargli il porto d’armi, lo definì «ottimo cittadino, onesto, laborioso e rispettoso con le autorità».

Ma era il principio della fine. Dopo il 1924, con l’avvento della dittatura fascista, la mafia si trovò isolata, essendo venuta a perdere sia l’appoggio della classe politica, che aveva abdicato di fronte alla dittatura, sia quello della classe agraria, che ora, poiché il regime garantiva la «stabilità sociale», non aveva più bisogno degli «uomini di rispetto» per tenere a bada i contadini.

Nel maggio del 1925, Vito Cascio Ferro fu arrestato quale mandante, e Vito Campegna, di quarant’anni, da Frizzi, quale esecutore dell’assassinio di Francesco Falconieri e di Gioacchino Lo Voi, «colpevoli» di essersi ribellati alle imposizioni della mafia.

Anche per questo delitto, in altri tempi, don Vito se la sarebbe sicuramente cavata con un proscioglimento per insufficienza di indizi. E di fatto, non gli fu difficile ottenere la libertà su cauzione. Solo che, appena un anno dopo, giunse in Sicilia il prefetto Mori per dare inizio alla sua operazione antimafia. L’isola, com’è noto, fu messa praticamente a ferro e fuoco, molti innocenti pagarono insieme ai colpevoli e non si fece molta differenza fra nemici della legge e nemici del regime. Don Vito fu così nuovamente arrestato e inviato, dopo quattro anni di carcere preventivo, davanti alla Corte d’Assise di Agrigento con l’accusa di «correità morale» nel duplice omicidio. La Corte lo condannò, il 6 giugno 1930, all’ergastolo con nove anni di segregazione cellulare.

Poiché il fascismo aveva posto severissime restrizioni alla pubblicazione di notizie di cronaca nera, la stampa non fece il minimo accenno all’episodio. Ma a renderlo pubblico ci pensò il prefetto Mori. Egli voleva che tutti sapessero qual era stata la fine del potente don Vito e, alla maniera del Far West, fece stampare dei manifesti con la foto dell’imputato e il testo della sentenza, che furono poi affissi alle cantonate di tutta l’isola. Soltanto un giornale americano pubblicò la notizia della condanna dell’«assassino di Petrosino».

Secondo una diffusa leggenda, anche dal carcere don Vito continuò a esercitare una notevole influenza, ma probabilmente non è vero. Dall’Ucciardone, dove in effetti era riverito dagli altri detenuti (si dice che nella sua cella avesse scritto con la punta di un chiodo: «II carcere, la malattia e la povertà rivelano il cuore del vero amico»), egli fu molto presto trasferito a Portolongone e quindi alla casa penale di Pozzuoli, dove rimase per il resto dei suoi giorni.

Così come la vita, anche la morte di don Vito fu avvolta da un alone di mistero. Morì, come siamo riusciti a stabilire, nell’estate del 1943, all’età di ottantun anni; ma due anni dopo, nel 1945, risultava ufficialmente ancora vivo. In quell’anno, infatti, giunse sul tavolo del questore di Palermo la richiesta di grazia sovrana da lui avanzata molto tempo prima. E il questore la respinse con la seguente motivazione: «Potrebbe produrre. Fatto di clemenza, atti di rappresaglia da parte dei parenti delle persone che lui fece uccidere».

La spiegazione del singolare episodio va ricercata nella confusa situazione dell’estate del 1943. Crollato il fascismo, con l’esercito alleato che risaliva la penisola e le «fortezze volanti» che non davano tregua, le autorità carcerarie avevano ordinato lo sgombero del carcere di Pozzuoli, troppo esposto ai bombardamenti. In poche ore tutti i detenuti furono trasferiti, tranne uno: don Vito, che fu «dimenticato» nella sua cella.

Morì di sete e di terrore, nel penitenziario lugubre e deserto, come il «cattivo» di un vecchio romanzo d’appendice.

Arrigo Petacco

Svelato killer di Joe Petrosino: a New York commemorazione sulla tomba del poliziotto di origini padulesi

La tomba di J. Petrosino al Calvary Cemetery

A pochi giorni di distanza dalle rivelazioni che hanno svelato il nome del killer di Joe Petrosino, nel Cimitero del Calvario di New York si è tenuta una solenne commemorazione, alla presenza, tra gli altri, dell’ANPS sez. New York – New Jersey e dell’Associazione Lt. Det. Joseph Petrosino, che in America lavorano con impegno e passione per mantenere vivi il ricordo e l’esempio di Joe Petrosino: le sue ostinate e meticolose indagini sulla Mano Nera, che lo portarono nel 1909 a tornare in Italia, costarono la vita al detective, facendone una delle prime vittime illustri della mafia.

Paolo Palazzotto ha ucciso Joe Petrosino il 12 marzo 1909,questa la verità a 105 anni di distanza, un “vanto” per la famiglia Palazzotto e per la sua tradizione di appartenenza alla mafia: “Ha fatto lui l’omicidio del primo poliziotto ucciso a Palermo, lo ha ammazzato lui Joe Petrosino”, parole pronunciate dal giovane Domenico Palazzotto, arrestato insieme ad altri 94 “uomini d’onore”.

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da sx il giudice Grasso, Jo Di Pietro,Sergio Cirelli (Presidente ANPS USA sez. New York New Jersey), Jim Lisa (Presidente Lt. Joe Petrosino Association in America), sig.ra Vita Scaturro, rag. Pasquale Carucci

 

Padula, New York, Palermo, i tre luoghi simbolo della vita e dell’azione di Petrosino, sono state scosse da una ventata di emozioni: una notizia così importante non può assolutamente lasciare indifferenti. E così a New York, sulla tomba del detective, si è tenuto un momento di commemorazione e di ricordo di Joe Petrosino: “Se oggi noi tutti siamo qui sulla tomba di Joe Petrosino è anche per dire grazie alla Polizia di Stato per il lavoro meticoloso nella ricerca della verità -  ha dichiarato nell’occasione Sergio Cirelli, Pres. ANPS se. New York – New Jersey – E’ a loro che deve andare il nostro più sentito ringraziamento per essere arrivati alla conclusione di una storia iniziata nel 1909, ponendo fine alle indagini di quest’ omicidio così brutale.  La chiusura del caso Petrosino è particolarmente significativa, perché dimostra come, per la Polizia di Stato, la lotta alla criminalità organizzata sia un impegno continuo, che non  non conosce limiti di tempo”.

Il cammino di chi lotta contro la mafia non si ferma con la morte, così come affermato dal giudice Falcone: “Gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.”

- Filomena Chiappardo – ondanews del 1.7.2014

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un momento della cerimonia

RISOLTO OMICIDIO DI JOE PETROSINO By Vita Scaturro (tratto da GIA edition XXVI del 26 giugno 2014)

Dopo centocinque anni, svelata l’identità del killer di Joe Petrosino, il detective più famoso di tutti i tempi. A fermare in Sicilia il suo cammino di poliziotto coraggioso e determinato fu Paolo Palazzotto.Il nome non è nuovo, perché questo mafioso fu il primo sospetto ad essere interrogato dopo l’omicidio di Petrosino, per essere poi scarcerato per insufficienza di prove. Nel corso degli anni, si sono menzionati come responsabili dell’assassinio vari membri di cosche criminali come i Costantino, i Lupo, i Morello e i Passananti, ma sia i giornali che le indagini hanno sempre tenuto aperta la pista del Palazzolo. Questi ammazzò

da sx Nino Melito Petrosino (pronipote di Joe), Sergio Cirelli (presidente ANPS USA sez New York New Jersey)

da sx Nino Melito Petrosino (pronipote di Joe), Sergio Cirelli (presidente ANPS USA sez New York New Jersey)

Petrosino per conto di Vito Cascioferro, mentre il tenente della polizia di New York si trovava in missione a Palermo. La sera del 12 marzo 1909, ricevette una telefonata da un falso informatore (il Palazzolo), il quale gli chiese d’incontrarlo in Piazza Marina, per fornirgli informazioni su alcuni boss locali. Era una trappola, e appena Petrosino arrivò all’appuntamento fu freddato da tre colpi di pistola in rapida successione, che crearono panico fra la piccola folla che aspettava l’arrivo del tram a pochi passi di distanza.La soluzione del caso è venuta dalle intercettazioni telefoniche che hanno portato in carcere in questi giorni un gran numero di mafiosi siciliani. In una delle registrazioni, si sente Domenico Palazzolo (arrestato questa mattina) che si vanta dell’appartenenza della propria famiglia alla mafia da moltissimi anni, affermando ad un certo punto che Joe Petrosino è stato assassinato da Paolo Palazzolo, lo zio di suo padre, per ordine di Vito Cascioferro. ”Il 23 giugno 2014 diventerà una data storica per  le forze di polizia italiane e statunitensi, perché oggi, grazie all’arresto di novantacinque malavitosi a Palermo, sappiamo finalmente con certezza chi assassinò il tenente Joe Petrosino nel 1909″. Così ha commentato Sergio Cirelli, Ispettore Capo della Polizia di Stato, alla notizia che il caso Petrosino è stato risolto. Sergio Cirelli, in qualità di fondatore e Presidente dell’Associazione Nazionale Polizia di Stato di New York e del New Jersey, intitolata a Joe Petrosino, è particolarmente lieto dell’annuncio odierno: “Sono molto grato alle forze dell’ordine per il lavoro meticoloso svolto alla ricerca della verità. E’ a loro che deve andare il nostro più sentito ringraziamento, per esser arrivati alla conclusione di una storia iniziata nel 1909, ponendo fine alle indagini di quest’ omicidio così efferato.” Inoltre il Presidente Cirelli ha dichiarato “ La chiusura del caso Petrosino è particolarmente significativa perché dimostra come la lotta alla criminalità organizzata delle forze dell’ordine sia  un impegno continuo che non si arrende mai e non conosce limiti di tempo. Se è indubbio che in questo caso specifico vi sia stato un pizzico di fortuna, è altrettanto vero che l’operato della polizia, svolgendosi su molti fronti, sempre con la massima tenacità, crea situazioni favorevoli che portano risultati ben al di là di uno specifico obiettivo di giustizia.”

Piazza Marina Palermo 12 marzo 1909- 2014 – 105 anni dalla morte di Joe Petrosino -

La locandina dell'evento

La locandina dell’evento realizzata dall’ANPS sezione di Palermo

Il prossimo 12 marzo, una delegazione dell’Associazione Internazionale Joe Petrosino e di cittadini padulesi renderà omaggio al poliziotto Joe Petrosino a Palermo, a Piazza Marina, luogo dell’agguato che costò la vita al detective simbolo della lotta contro la “Mano Nera”.

Alle ore 10.00, all’Hotel De France, si terrà un incontro-dibattito sulla figura di Joe Petrosino e alle ore 16.00 avrà poi luogo la commemorazione ufficiale alla presenza del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando e di autorità civili e militari. A seguire, presso il Palazzo delle Aquile, si terrà la presentazione in prima nazionale del libro “L’omicidio di Joe Petrosino” di Anna Maria Corradini. Oltre all’autrice, interverranno il sindaco Orlando, il sindaco di Padula, Paolo Imparato, Nino Melito Petrosino, pronipote del poliziotto, Tiziana Bove Ferrigno, Assessore alla Cultura del Comune di Padula, Giovanni Cancellaro, presidente dell’associazione internazionale Joe Petrosino e Sergio Cirelli, presidente dell’ANPS ( Associazione Nazionale Polizia di Stato) sez. New York – New Jersey.

Continua la collaborazione tra l’Associazione Internazionale di Padula e l’ANPS con la realizzazione da parte della sezione di Palermo della locandina delle celebrazioni 2014. Oltre alla celebrazioni ufficiali, presso la Residenza Universitaria “San Severio”, grazie all’impegno dell’Istituto Superiore per la Difesa delle tradizioni e del prof. Roberto Trapani della Petina, è prevista anche la consegna di una statua raffigurante Joe Petrosino, realizzata dal giovane scultore Gabriele Venanzio e di un dipinto della pittrice Federica Scaletta, che andranno ad arricchire ulteriormente le opere realizzate in onore del poliziotto, diventando patrimonio della Città di Padula.

- Filomena Chiappardo – ONDANEWS

 

L’ omicidio di Joe Petrosino. Misteri e rivelazioni di Corradini Anna Maria

L' omicidio di Joe Petrosino. Misteri e rivelazioniLa ricostruzione della complicata storia è un mosaico le cui tessere sono state collocate dopo un’attenta analisi di tutto quello che erano indizi e prove raccolte nel dossier dagli inquirenti. Il delitto rimase impunito per una serie di circostanze che saranno evidenziate nella presente opera, sempre deducibili da precisi riferimenti contenuti negli articoli e nei documenti archivistici, nonché con il fondamentale contributo di altre pubblicazioni accreditate sull’argomento, come quelle di Arrigo Petacco e Andrea Volpes, fondamentali come guida per gli ulteriori approfondimenti di questo lavoro. Gli autori, entrambi giornalisti, hanno scritto interessanti pagine sul caso rimasto irrisolto. Anche se non si potrà mai sapere chi furono gli esecutori e i mandanti del terribile delitto, tuttavia questa ulteriore ricerca si prefigge di apportare un contributo significativo sull’intricata vicenda dell’omicidio.

Riprendiamo l’articolo del presidente dell’ANPS Usa -Isp.C. Sergio Cirelli- pubblicato sul GIA

Articolo pubblicato sul Gia -Giornale Italo Americano -Edition XXXXVII -November ( 21 ) Novembre 2013

“ CERIMONIA IN ONORE DI “ JOE PETROSINO ”

Comunicazione del Presidente Anps-Usa Sergio Cirelli

Tomba di Joe Petrosino al Calvary Cemetery

Tomba di Joe Petrosino al Calvary Cemetery

Ottobre di quest’anno, si è tenuta a New York una cerimonia commemorative in onore di Joe Petrosino. Una delegazione del distretto cittadino del Queens, in rappresentanza del sindaco, si e’ riunita davanti alla tomba del famoso eroe della polizia newyorkese nel cimitero Calvary, per depositare una corona di fiori. La tomba si trova in una zona abbastanza appartata, nel Queens Boulevard alla Cinquantaduesima Street, nel Calvary 4, sezione 22, campo 9, area K, tomba 17/18 ero presente in qualità di Presidente dell’Anps-Usa (Associazione Nazionale Polizia di Stato, Sezione Stati Uniti), insieme ad alcuni rappresentanti della Lt. Det. Joe Petrosino Association in America, Inc; e’ anche intervenuto il pronipote di Petrosino, il prof. Melito, con una delegazione giunta da Padula (Salerno); Melito mi ha ringraziato per aver intitolato la sede americana dell’Anps all’illustre antenato. Nelle sue parole si e’ colta una leggera nota di delusione, in quanto da anni sta venendo a mancare il giusto sostegno ed apprezzamento per il “ Petrosino Day “ ossia la giornata dedicata a Petrosino, come proclamato nel 1985 dall’allora governatore dello stato di New York, Mario Cuomo. Era l’anno in cui ricorreva il centoventicinquesimo anniversario della nascita del tenente detective Petrosino che, come si legge nel discorso del governatore, “fu il primo italiano a diventare detective della polizia di New York.. .e l’ unico agente… ad essere ucciso in servizio in un altro Paese…Organizzo’ e diresse la famosa Squadra Italiana che più tardi divenne la Bomb Squad. Era un eroe del popolo per i poveri, uno dei preferiti dagli oppressi, ed un amico del presidente Theodore Roosevelt.. .Fu lui che disse al presidente McKinley che sarebbe stato assassinato. E’ giusto che tutti i newyorkesi partecipino a questa celebrazione per rendere omaggio alla memoria di Joseph Petrosino, che sacrifico’ la vita nella lotta alla criminalità’ e che rimane a tutt’oggi il simbolo di un agente eroico d’eccezione.- Per questo motivo, Io, Mario Cuomo, governatore dello stato di New York, proclamo con il presente documento il 19 ottobre 1985 la Giornata Joseph Petrosino”.

Nel 1998, il sindaco Giuliani, ex segretario alla giustizia per lo stato di New York, oltre che ex-procuratore distrettuale, emise un proclama simile, che esaltava le doti straordinarie di Joe Petrosino, confermando il 19 ottobre come giornata a lui dedicata. Anni fa, una scuola elementare del Queens e’ stata intitolata a Joe Petrosino, cosi come un giardino a Soho, il quartiere artistico nella zona sud di Manhattan. Nonostante questi riconoscimenti, la sua fama si è affievolita e pochi sanno che il 19 ottobre è la giornata che onora uno dei poliziotti più coraggiosi d’America; anche le autorità sembra che abbiano quasi completamente dimenticato l’eroismo di questo italiano che trasformò la polizia newyorkese a prezzo della propria vita. Quello che contraddistingueva il detective italiano dai suoi colleghi era un’analisi realistica della violenza che imperversava a New York alla fine dell’ottocento e all’inizio del nuovo secolo. Petrosino capiva che le leggi non erano sufficienti a debellare la criminalita’ e riteneva necessario ricorrere a qualsiasi mezzo per combatterla, utilizzando stratagemmi e travestimenti a cui la la polizia non aveva mai fatto ricorso.

Negli interrogatori e negli arresti ricorreva anche alla forza fisica, e lavorava in modo temerario, senza mostrare mai alcuna paura, perseguitando costantemente coloro che trasgredivano la legge in modo cosi violento e sfrontato.

Frequentava gli ambienti del sottobosco cittadino, e non si faceva scrupolo di tormentare amici e parenti dei mafiosi, pur di ottenere informazioni utili. Grazie a lui, nel 1905, la giunta municipale di New York decise di creare una squadra di poliziotti esclusivamente italiani, e Petrosino organizzò una rete di informatori a Little Italy, con i quali pote’ preparare dossier dettagliati sui malavitosi italiani di maggior rilievo.

Nello stesso anno, Petrosino richiese e ottenne fondi federali per aiutarlo a sradicare le gang che infestavano la città. Petrosino si recò in Italia nel febbraio 1909, portando con sé una lista di mafiosi italiani.

Lo scopo del viaggio era di raccogliere i loro certificati penali per arrivare a deportarli dagli Stati Uniti, e per questo motivo andò’ nel palermitano e a Padula (in Campania), il suo paese natale.

La mafia americana e siciliana venne a sapere di questo suo viaggio e il 12 marzo Petrosino fu ucciso a colpi di pistola nel centro di Palermo, poco dopo essere uscito da un ristorante. Era la prima volta che un poliziotto di New York veniva ucciso mentre si trovava in missione all’estero.Nella sua giacca, fu trovato un taccuino contenente i nomi dei criminali su cui stava raccogliendo informazioni.

La notizia del suo assassinio si diffuse rapidamente, e i giornali di tutto il mondo scrissero articoli su questo omicidio.

Nonostante vari arresti nel giro di poco tempo, con conseguenti processi, non si seppe mai con certezza chi fossero stati i sicari e i mandanti. Le poche persone processate vennero presto scarcerate per mancanza di indizi. Nonostante la morte prematura, Petrosino era riuscito ad inferire grosse perdite alle molte cosche mafiose che spadroneggiavano a New York, aveva cambiato il modo di lottare contra la malavita e, cosa ancora piu’ importante, aveva spinto il governo federale ad intervenire per salvare New York.-

E’ quindi auspicabile che organizzazioni italiane oltre all’ANPS continuino il loro ottimo lavoro per sensibilizzare l’opinione pubblica e le autorità’ politiche a favore di questo eroe italiano che tanto fece per migliorare e rendere piu’ sicura la società’ americana.

Pubblicizzare la giornata di Petrosino, dando ad essa nuova vita, è sicuramente una delle componenti principali di questo progetto, che contribuirà senza dubbio a compensare alcuni triti ed ingiusti stereotipi sugli italiani. Io stesso m’impegno a fare il possibile perché’ il 19 ottobre diventi un giorno di festa affermato, in cui si commemori come si deve un grande italiano che ha dato lustro al nostro paese. Per questo, mi auguro che politici, forze di polizia, associazioni varie e tutti quelli che apprezzano il sacrificio di Petrosino promuovano questa giornata, partecipando ad eventi e manifestazioni per tener viva la fama di questo poliziotto eccezionale, in modo tale che il 19 ottobre diventi anche la celebrazione della fratellanza esistente da sempre fra le forze di polizia italiana e quelle statunitensi, grazie anche e soprattutto ad agenti come Petrosino.

Presidente Anps-Usa-Isp.C. Sergio Cirelli